Una donna, laica, sfida l'islamismo di Erdogan

Una donna, laica, sfida l’islamismo di Erdogan

Si chiama Meral Aksener, ha 61 anni, ed è esponente di punta della destra nazionalista. Potrebbe essere lei la vera antagonista del presidente Erdogan alle prossime elezioni: una prospettiva elettrizzante per tutte le donne, ma che non piacerà alle femministe nostrane.

Non sono mai stata e mai sarò femminista, almeno nel senso e nell’accezione che a questo termine viene dato dalle signore che oggi ne vorrebbero rappresentare l’eredità storica e politica. Ma allo stesso tempo non può non provocare in me una certa soddisfazione, che non intendo nascondere, la circostanza che la figura più accreditata di opposizione a Erdogan in Turchia sia una donna.

Parlo di Meral Aksener, 61 anni, esponente di punta della destra nazionalista che si contrappone a muso duro all’attuale presidente e al suo partito. Pensare ad una donna come possibile presidente della Turchia è senza dubbio elettrizzante, visto che in questi decenni il Paese è stato catapultato da Erdogan e dal suo partito in un meccanismo di regresso culturale e sociale senza precedenti; penso alle rivolte di Piazza Taksim e Gezi Park, represse con la forza solo perché protestavano contro la cancellazione di un simbolo della Turchia moderna come il parco, o piuttosto alla limitazione della libertà di espressione, alla reintroduzione del reato di blasfemia, passando per mille altre normative che hanno via via aperto la strada verso una reislamizzazione forzata del Paese. Che non ha mai smesso di essere a maggioranza islamica, questo sia ben chiaro, ma nel quale i principi di laicità targati Kemal Ataturk sono oggi messi a serio repentaglio.

E le donne, come sempre in questi casi, sono l’anello debole e primario su cui si sperimenta la regressione. A partire dal velo, prima vietato e oggi non solo riammesso ma sostanzialmente caldeggiato come simbolo dei principi che animano la Turchia di Erdogan. E in questo contesto una donna libera e laica come la Aksener può realmente fare la differenza. Una donna che potrebbe un giorno contendere ad un neo-ottomano la presidenza, in un Paese a maggioranza islamica, è una cosa deflagrante.

Cosa accadrebbe se le cose andassero così? Una cosa la possiamo già dare per certa, e cioé gli appellativi che alla Aksener verrebbero affibiati nel momento in cui dovesse avere qualche chance di portare a casa la presidenza: populista, discriminatrice, islamofoba. Insomma, tutti gli aggettivi dispregiativi che i valenti scudieri del pensiero unico mondiale hanno da sempre messo su coloro che chiedono regole, prevalenza del diritto sulla religione, diritti per le donne e così via.

E che saranno proprio le donne dell’elite salottiera internazionale a mettersi per prime contro di lei è un altro dato che potrei già ora dare per certo: del resto ricordo bene gli appellativi di ‘grande stima’ verso Marine Le Pen, sintomatici del fatto che quando si è dalla parte sbagliata, per queste signore velate quando serve, nemmeno essere donna ha valore. Perché non è strumentale ai propri interessi. Certo alla Aksener, e a molte altre come lei non interessa essere chiamata ‘presidenta’ o ‘dottora’. E questo, solo questo per gli insultatori di professione (e le insultatrici così sono anch’io politicamente corretta) fa la differenza. Che poi le donne vengano sottomesse lo stesso è un dettaglio.

di Souad Sbai – da La Nuova Bussola Quotidiana del 08/01/2018

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