L’ARMA DEI DIRITTI UMANI CONTRO GLI “STATI CANAGLIA”

L’ARMA DEI DIRITTI UMANI CONTRO GLI “STATI CANAGLIA”

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Il rispetto dei diritti umani non basta promuoverlo, bisogna anche ottenerlo specie da parte di quegli “stati canaglia” che con le loro politiche tengono sotto scacco la comunità internazionale: Qatar, Turchia e Iran. È stato questo il messaggio lanciato ieri, 26 novembre, nel corso del convegno “Quale uguaglianza nei diritti umani?”, organizzato dal Centro Studi “Averroé” presso la Camera dei Deputati in occasione del venticinquesimo anniversario dell’approvazione della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo. All’evento sono intervenuti esperti in materia di diritti umani, giornalisti e rappresentanti della società civile, con la presenza di deputati di tutti gli schieramenti politici. Perché focalizzare l’attenzione sui suddetti paesi? La situazione dei diritti umani resta precaria in tante altre zone del mondo, infestate da regimi che opprimono la libertà. Le donne, gli oppositori democratici, le minoranze etniche e religiose, i lavoratori e altre categorie d’individui non vengono di certo oppressi e repressi, anche nel sangue, soltanto dal regime degli emiri di Doha, da quello di Erdogan e dei mullah khomeinisti.Tuttavia, il caso di Qatar, Turchia e Iran presenta delle significative peculiarità. Insieme, questi tre regimi costituiscono il nuovo polo dell’islamismo internazionale targato Fratellanza Musulmana, la “madre” dell’estremismo contemporaneo da cui hanno preso le mosse Al Qaeda prima e ISIS dopo. Il filo rosso del jihad che lega Istanbul, Doha e Teheran con Bin Laden e Al Baghadi, parte dal fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan Al Banna, passa per l’ideologo Said Qutb e per l’ayatollah Khomeini, arrivando fino ai nostri giorni con il famigerato sheikh Yusef Al Qaradawi, venerata guida spirituale per gli islamisti di tutto il mondo, guarda caso cittadino onorario del Qatar della dinastia Al Thani.

Uniti dall’ideologia e sempre più convergenti in ambito geopolitico e di sicurezza, questi tre paesi estremisti stanno imponendo la propria volontà alla comunità internazionale, influenzando in maniera crescente (e in negativo) soprattutto le politiche degli stati membri dell’Unione Europea. Il Qatar con le sue immense ricchezze finanziarie, Erdogan con la minaccia dell’uso della questione dei rifugiati e dei migranti come strumento di guerra, il regime khomeinista con la destabilizzazione del Medio Oriente e il suo programma nucleare e missilistico: l’accondiscendenza nei confronti del nuovo polo dell’islamismo internazionale sta assumendo i contorni sempre più netti della sottomissione, della quale una conseguenza evidente è il “doppio standard” con cui i leader e la stampa benpensante in Europa approccia alla questione dei diritti umani calpestati da questi “stati canaglia”.

Il Qatar continua la farsa delle riforme nel mondo lavoro. I provvedimenti annunciati e riguardanti i lavoratori stranieri, anche quelli approvate nel 2017, non sono ancora entrati in vigore, come riporta Amnesty International. Un nuovo regolamento che fissa un limite all’orario di lavoro e tutela il pagamento degli stipendi dovrebbe essere già vigente a tutti gli effetti, ma nei fatti sono ancora numerosi i lavoratori, soprattutto asiatici, che lavorano sino allo stremo in condizioni di grave insicurezza e che restano senza salario per mesi e mesi da parte delle compagnie di costruzione legate al regime. Questa si chiama schiavitù ed è contro la schiavitù che il governo del Nepal ha recentemente chiesto la revisione degli accordi bilaterali con Doha, alla luce dei morti e feriti tra i propri cittadini nei cantieri degli stadi che dovranno ospitare i mondiali di calcio del 2022.

Tutto ruota attorno al giro di affari legato alla massima competizione sportiva, che il Qatar ha ottenuto a suon di mazzette come ampiamente documentato. I diritti umani escono però di scena nei rapporti con il regime di Doha, che con i suoi “investimenti” ha comprato più di mezza Europa, con la restante già candidatasi a farsi acquistare. Per cui, le torture, la prigionia e i maltrattamenti subiti dagli esponenti dell’opposizione, la censura e la mancanza di libertà di espressione, le discriminazioni verso le donne restano nell’oblio, occultate dai sorrisi, le strette di mano, i tappeti rossi con cui i nostri leader rendono omaggio agli emiri del Qatar, i Fratelli Musulmani preferiti, malgrado l’estremismo di cui sono portatori e che depositano in ogni paese visitato affinché possa espandersi.

Allo stesso tempo, testa bassa di fronte al Sultano presidente Erdogan, che continua indisturbato nel processo di personalizzazione del proprio regime in Turchia, dove gli spazi di libertà si fanno sempre più drammaticamente ristretti, sia in pubblico che in privato: le decine di migliaia di arresti dopo il presunto fallito golpe del luglio 2016 sono un monito per tutta la popolazione, ridotta al silenzio per evitare qualunque eventuale malinteso o incidente che possa favorire un ulteriore riempimento delle carceri, di cui Erdogan non teme il sovraffollamento.

La Turchia neo-ottomana del Sultano presidente Erdogan somiglia sempre più al regime khomeinista iraniano, dal 1979 modello vivente e applicazione concreta dello “stato islamico” perorato dalla Fratellanza Musulmana, di cui i mullah al potere in Iran sono la versione sciita. Basta guardare ai giovani eroi dissidenti iraniani, donne e uomini, in carcere, torturati, messi a tacere con minacce e intimidazioni, infine costretti a fuggire, per avere una triste idea del destino che attende la nuova generazione turca sotto il tallone islamista di Erdogan se ad esso cercherà di opporsi.

La comunità internazionale, e in particolare l’Europa di quei leader che amano richiamarsi ai cosiddetti “valori europei”, hanno un’arma formidabile da scagliare contro questi “stati canaglia”: i diritti umani. Legare l’andamento delle relazioni con Qatar, Turchia e Iran al rispetto dei diritti umani consentirebbe di liberarsi dal loro ricatto, non mancando al dovere di supportare le rispettive popolazioni nel resistere al pesante giogo islamista imposto dalla Fratellanza Musulmana al potere.

In nome dei diritti umani, il Centro Studi “Averroè” intende continuare a fare la sua parte e il prossimo 5 dicembre ne darà dimostrazione con una nuova manifestazione di protesta nella capitale. Dopo Montecitorio e il Quirinale, per gridare “no” alla visita dell’emiro Tamim Al Thani, l’appuntamento questa volta sarà di fronte all’ambasciata del Qatar, per dire “no” ai Mondiali del Terrore e delle violazioni dei diritti umani.

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