"L'Italia non è razzista". "Superare il patriarcato"

“L’Italia non è razzista”. “Superare il patriarcato”

“L’Italia non è razzista”. “Superare il patriarcato” – I casi di Seid Visin e Saman Abbas continuano a far discutere. Per la rubrica ‘il bianco e il nero’ abbiamo interpellato l’ex presidente della Camera Laura Boldrini e l’ex deputata di origini marocchine Souad Sbai

I casi di Seid Visin e Saman Abbas continuano a far discutere l’opinione pubblica. Sul tema abbiamo interpellato l’ex presidente della Camera Laura Boldrini e l’ex deputata Souad Sbai, presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia.

Secondo lei, le vicende di Seid e Saman sono state strumentalizzate dalla politica?

Boldrini: “C’è sempre chi con il consueto cinismo non riesce a non strumentalizzare anche le circostanze più dolorose. Sulla sorte di questi due giovani la politica ha il dovere di discutere e di interrogarsi seriamente su cosa vada fatto per sostenere il processo di integrazione per chi cresce a cavallo fra culture diverse”.

Sbai: “No, anzi. Ben venga la strumentalizzazione della politica. L’importante è che se ne parli. Mi preoccupa di più quando c’è il silenzio totale. Non capisco chi pensa che non dobbiamo parlare perché sono temi che scottano e disturbano qualcuno. Secondo me, quella è omertà. Io, in quanto rappresentante di un’associazione, voglio che si parli di questi temi. Se qualcuno pensa che parlare delle donne immigrate uccise e segregate sia una strumentalizzazione è un problema suo”.

Esiste davvero un problema razzismo in Italia?

Boldrini: “I fatti di cronaca degli ultimi anni ci dicono che la nostra società è attraversata da sentimenti xenofobi – acuiti dalla crisi socio-economica e cavalcati da alcune forze politiche- che possono sfociare in fenomeni di violenza verbale e aggressione fisica; che si possono manifestare nelle più svariate forme di discriminazione e disprezzo verso chi è straniero oppure verso chi è italiano ma con un colore della pelle che non sia bianco. E nessun ambiente è immune. Il mondo del lavoro, dello sport, della politica, della scuola: in tutte le realtà sociali ci si può imbattere nel virus del razzismo. Ricordo, per tutti, il drammatico caso del 2018 a Macerata, nelle Marche, quando Luca Traini esplose ripetuti colpi di pistola dalla sua autovettura all’indirizzo di giovani neri, in quanto tali, ferendone sei. Una strage sfiorata. E ricordo come nel libro bianco pubblicato l’estate scorsa, l’associazione Lunaria fotografa gli ultimi 12 anni in Italia, dove ci sono stati 7.426 episodi di “ordinario” razzismo: il che significa, mediamente, oltre 50 casi al mese”.

Sbai: “Io vivo in Italia da 40 anni. Se fosse stato un Paese razzista, non ci sarei rimasta. L’Italia è un Paese mediterraneo che dà tante possibilità a tutti. Il fatto è che molti non conoscono il tema ‘razzismo’, ma prendono comunque posizione. In tutti i Paesi si trovano dei pregiudizi razziali. Anche in Marocco basta che ci sia qualcuno un po’ più nero nero e viene guardato male. Ribadisco, in Italia non vedo razzismo. Adesso basta che qualcuno prenda una penna nera anziché bianca ed è razzismo. Non esageriamo. In tutto il mondo ci sono le teste calde. Come si dice a Roma, dovremmo smetterla di buttarla in caciara e di considerare razzismo qualsiasi cosa qualcuno faccia. Dire che l’Italia è razzista, sì, è una strumentalizzazione”.

Lo ius soli basterebbe per favorire l’integrazione?

Boldrini: “L’integrazione è un’operazione complessa, composta da tanti aspetti, che comporta anche la consapevolezza che includere va a vantaggio della coesione sociale e della sicurezza di tutta la collettività. L’integrazione poggia su un rapporto bidirezionale di riconoscimento di diritti e doveri fra cittadino straniero e Stato. Servono programmi da parte delle istituzioni per l’insegnamento della lingua, il sostegno alla ricerca di lavoro e di un alloggio dignitoso e serve anche rinnovare il diritto alla cittadinanza perché, come diceva il professor Rodotà, questo rappresenta il diritto ad avere diritti. Ci sono migliaia di giovani nati e cresciuti da noi, che frequentano le nostre scuole e parlano la nostra lingua, che condividono la nostra cultura e si riconoscono nei nostri valori: sono italiani nel cuore e nella formazione, ma non nel passaporto, perché non riconoscere loro la cittadinanza, facendoli sentire così a pieno titolo parte della comunità in cui vivono?”.

Sbai: “Sinceramente la prima proposta di legge sulla cittadinanza l’ho presentata io, non quelli di sinistra ed è ancora lì, alla Camera, non discussa. Credo sia giusto dare la cittadinanza a chi nasce nel nostro Paese e fa un processo scolastico e culturale convinto e vuole diventare italiano, dopo che ha compiuto 18 anni. Questo mi serve per far sì che le bambine che non vanno più a scuola per colpa dei genitori, ci vadano. Se uno nasce, studia, vuol rimanere nel nostro Paese, rispetta la legge italiana, condivide la Costituzione, per me ha diritto alla cittadinanza. Ora, invece, diamo la cittadinanza anche a persone che nemmeno parlano la lingua italiana. Almeno chi fa gli studi nel nostro Paese fino alla maturità conosce l’italiano in maniera eccellente. Il rischio è che qualcuno, a 18 anni, si renda conto di non essere italiano e questo non è giusto”.

Seid e Saman sono le sue due facce di una stessa medaglia?

Boldrini: “Lei si riferisce all’integrazione immagino. Le rispondo dicendo che nel caso di Saman noi siamo di fronte ad una giovane donna che voleva integrarsi, rimasta vittima di una famiglia che al contrario non voleva farlo. Integrarsi significa infatti anche rispettare le leggi del paese in cui si decide di vivere e le nostre leggi sono chiare: in Italia i matrimoni forzati sono vietati. E la Costituzione è un faro. Allo stesso tempo, il femminicidio di questa giovane donna ci pone un problema: perché lo Stato e le istituzioni, a cui lei si era rivolta, non sono riuscite a difenderla come avrebbero dovuto fare? E questo è un vulnus che spesso determina le drammatiche storie di violenza di genere e femminicidio che si consumano nel nostro Paese. L’obiettivo per me resta sempre uno ed uno soltanto: superare la culturale patriarcale e maschilista, in qualsiasi forma si manifesti e qualsiasi origine abbia, sia quando è legata alla tradizione o a fondamentalismi o a desiderio di sopraffazione”.

Sbai: “No, sono due casi totalmente diversi. Seid ha avuto una famiglia che l’ha cresciuto e che gli ha voluto bene. Non dimentichiamo che la depressione, se non presa in tempo, porta alla morte. Saman, invece, è stata uccisa da quegli stessi genitori che l’hanno partorita perché non ha accettato il matrimonio voluto da loro. Quello di Saman è un omicidio religioso come tanti altri che purtroppo ci sono già stati in Italia, mentre quello di Seid è un suicidio che ci deve far riflettere anche perché sono tanti i ragazzi italiani che vivono un malessere spaventoso. Saman è stata uccisa perché era libera e non voleva quel matrimonio. Non dimentichiamo che il 39% delle ragazze non frequenta la scuola, nessuno le cerca e, anzi, aspettiamo che ci scappi il morto. In nome del multiculturalismo lasciamo che chiunque venga in Italia possa lapidare, sgozzare o mettere interrata in giardino la malcapitata di turno. Per paura di passare per razzisti con gli immigrati musulmani, allora bisogna tacere. No, io vengo dal mondo musulmano e ritengo giusto criticare perché vorrei che cambiasse la mentalità. Non si possono avere i piedi in Italia e il cervello in Afghanistan o in Pakistan. L’integrazione non è un optional. È un dovere civile integrarsi altrimenti ci ritroviamo delle donne straniere che non sono niente, un mero numero”.

I genitori di Seid hanno precisato che il loro figlio non si è suicidato per il razzismo. Non crede che Seid non sia davvero una vittima degli effetti collaterali causati dal Covid come le quarantene e le restrizioni?

Boldrini: “Le ragioni per cui si è tolto la vita le conosce solo Seid. I media hanno però ricordato, in occasione della sua morte, una lettera di denuncia che lui scrisse nel 2019, in cui appunto parlava del peso dello sguardo razzista che aveva dovuto, negli ultimi anni, sopportare, il suo dolore e il disagio che viveva. E questo, come è comprensibile, ci pone degli interrogativi e ci invita ad una riflessione su che società vogliamo essere e sull’importanza di contrastare, in ogni modo, il fenomeno terribile dell’intolleranza e del razzismo. Oscurare questo tema sarebbe sbagliato, auto assolutorio e miope. È solo prendendo atto di un problema che si può trovare la soluzione. E in questo ambito, prima si fa e meglio è per tutti”.

Sbai: “Io credo alla famiglia di Seid che ha rigettato totalmente il problema razzista. Seid sicuramente ha vissuto un momento drammatico come succede a tanti altri ragazzi italiani. È stato separato dalla famiglia d’origine e adottato a sette anni e, quindi, sicuramente avrà vissuto con un malessere interiore di base. Ma che sia il razzismo degli italiani che ha portato il ragazzo a suicidarsi, mi sembra una bestemmia gratuita. È un fallimento per tutti quando un ragazzo bianco, nero o giallo che sia si suicida e dobbiamo ritenerci tutti colpevoli. Dopo il Covid tanti ragazzi hanno problemi psicologici o con la droga, la situazione è molto drammatica. Tanti amici, anche di destra, non mi hanno mai vista come straniera. Ci siamo scambiati delle battute, ma mai in malafede. Poi, se vogliamo per forza creare il caso e dire c’è razzismo si può anche fare, ma non corrisponde al vero”.

IlGiornale

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