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Presidenzialismo in Tunisia. Autoritario, ma anche laico

La nuova costituzione della Tunisia, confermata da un referendum (90% di sì, ma meno del 30% è andato a votare), attribuisce ampi poteri al presidente Kais Saied. Include anche l’islam, ma con un ruolo più identitatio che teocratico. Saied è comunque laico ed emargina gli islamisti di Ennahda.

Leggendo le molteplici reazioni critiche e allarmate sull’esito del referendum costituzionale in Tunisia, l’impressione è che in Occidente si continui a far fatica a comprendere il mondo arabo. Non c’è motivo di negare che la Costituzione promossa dal presidente Kais Saied e approvata lo scorso 25 luglio con oltre il 90% delle preferenze, contiene disposizioni che accentrano fortemente il potere nelle sue mani. La figura del premier è divenuta subordinata al capo dello Stato, così come la magistratura, mentre il parlamento ne esce ridimensionato e suddiviso in due camere, di cui una su base regionale, sebbene le autonomie locali vengano appena menzionate nella nuova carta, contrariamente a quella del 2014, dove godevamo di maggiori prerogative. Saied sta cercando di reinstaurare un regime autoritario in stile Ben Ali?

Questa è l’accusa più comune di commentatori e analisti vari, che puntano il dito sul significativo arretramento dei famosi checks and balances tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. È in effetti il presidente ora la figura dominante nell’ordinamento, sarà lui a nominare premier e ministri, oltre a poter sciogliere il parlamento, a cui spetta diritto di veto sulle sue decisioni solo con una maggioranza di due terzi. Senza dimenticare lo stato d’emergenza in presenza di un “pericolo imminente”, che in molti già prevedono, Saied introdurrà per aggirare il limite dei due mandati presidenziali, come già fatto esattamente un anno fa per giustificare l’adozione di misure straordinarie e lo scioglimento del parlamento.

Sì, a una lettura “a distanza”, i  recenti sviluppi in Tunisia possono apparire una brusca deviazione dal percorso inaugurato con la Primavera Araba e la cacciata del vecchio dittatore. Ma da un’altra ottica, in grado di decifrare più a fondo le dinamiche che scuotono internamente la Tunisia, il fenomeno Saied non risulta così spaventoso, anzi. In primo luogo,  va considerato che, con le ultime elezioni parlamentari di poco antecedenti la vittoria di Saied alle presidenziali, il processo politico “democratico” post-Ben Ali ha certificato il suo irrimediabile fallimento, facendo sprofondare il paese nella totale paralisi e ingovernabilità.

Leader e partiti in guerra l’uno contro l’altro, l’iperframmentarietà dell’organo legislativo e l’evanescenza dell’esecutivo, una parte della magistratura interventista con malcelate ambizioni politiche (la cinquantina di giudici di cui Saied ha decretato la rimozione). Il tutto in un quadro di proliferazione incontrollata di corruzione e nepotismo, quali cause fondamentali del collasso dell’economia e della crescita ipertrofica del debito pubblico.

La Tunisia era, ed è tuttora, sull’orlo del default. Per elargire i 4 miliardi di dollari promessi, il Fondo Monetario Internazionale chiede riforme, ma chi può negoziare facendosi carico del risanamento del paese, se non esiste un’autorità “reale”? Ristabilire la governabilità in un contesto in cui lo scontro politico a somma zero non permette temporanee “maggioranze Ursula” per gestire l’emergenza: questo Saied sta cercando di fare e l’augurio è che ci riesca, per il presente e il futuro del popolo tunisino, naturalmente, ma non solo. Il default della Tunisia avrebbe gravi ripercussioni sull’immigrazione illegale, l’Italia ne sa qualcosa. Bande e trafficanti ne uscirebbero ulteriormente rafforzati, e con essi il terrorismo, che nella Tunisia ha già trovato il suo più ampio bacino di reclutamento di (giovani) “foreign fighters” per il “jihad” in Siria come in Libia.

L’estremismo religioso rimanda a un altro degli aspetti più dibattuti della nuova Costituzione, ovvero il riferimento all’appartenza della Tunisia alla Ummah islamica e agli obiettivi dell’islam che “lo Stato” è chiamato a realizzare. Saied intende per caso stabilire uno Stato “teocratico”? La risposta è proprio l’opposto. Fin dall’inizio, Saied ha messo ben in chiaro il suo punto di vista circa la religione islamica quale presupposto “identitario” e culturale che contraddistingue la Tunisia e i tunisini, e che le istituzioni hanno l’onere di preservare, come stabilisce la nuova Costituzione. In una regione dove il fattore religioso continua a rivestire un ruolo centrale nella società e nella vita individuale delle persone, non è certo uno scandalo. Ma qui il punto politico-strategico è  l’esautorazione dei Fratelli Musulmani di Ennahda e degli altri partiti e partitelli fondamentalisti, a cui in sostanza non rimane più alcun ruolo da svolgere, né nell’arena politica che nella società.

Loro sì che intendevano stabilire uno stato “teocratico”, sfruttando il metodo democratico, sebbene oggi gridino al golpe e delegittimino l’esito del referedum costituzionale per la scarsa affluenza alle urne, al di sotto del 30%. L’astensione è stata una costante dell’esperienza democratica tunisina ed è stata alimentata dalle stesse fazioni islamiste che hanno esortato al boicottaggio della consultazione, insieme alla componente “progressista” della società civile, arroccata dogmaticamente sulla difesa del processo politico “democratico” emerso con la Primavera Araba, ma già crollato su stesso. Eppure, Saied aveva invitato “democraticamente” tutti i tunisini contrari alla sua proposta di Costituzione ad andare a votare “no”. Perché non lo hanno fatto? Avrebbero probabilmente ottenuto quello che volevano, senza lasciare campo libero ai sostenitori del presidente, che costituiscono comunque una fetta consistente della popolazione.

I “progressisti” si ritrovano invece ancora una volta sulla stessa barricata con gli islamisti, senza comprendere che la via dei Fratelli Musulmani non conduce ai diritti umani e alle libertà civili. Non si preoccupino per il fatto che la nuova Costituzione non menziona lo “stato civile”, come quella del 2014: Saied è una figura sicuramente molto conservatrice, magari anche troppo, ma è un laico, come laiche restano le istituzioni tunisine nelle quali, stabilisce la nuova Costituzione, non c’è posto per l’islamismo.

In Tunisia, inizia una nuova fase politica, dominata da Kais Saied. Non condanniamolo frettolosamente in via preventiva, ma giudichiamolo per le opere quando arriverà il momento. Merita un’opportunità, offriamogliela.

Di Souad Sbai

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REFERENDUM TUNISIA/ “Una vittoria democratica del Sì malvista in Occidente”

Intervista a Souad Sbai

In Tunisia il referendum costituzionale ha vinto con una bassa affluenza alle urne. I partiti islamici contestano il voto.

Il confine tra astensione e giudizio politico è sempre stato ambiguo e passibile di manipolazione. Lo sappiamo in Italia dove il tasso di astensionismo è ormai vicino alla metà degli elettori, soprattutto quando si tratta di referendum. Il voto tanto atteso in Tunisia per la modifica di una parte della Costituzione che darà maggiori poteri al presidente del Paese ha visto recarsi alle urne, secondo i primi dati non ancora confermati ufficialmente, il 27,5% degli aventi diritti al voto, ma – ci ha spiegato  Souad Sbai, ex parlamentare Pdl, giornalista, presidente dell’associazione Acmid donna – “in Tunisia normalmente vota non più del 40% della popolazione. Molti cittadini vivono all’estero, come sappiamo, e non è semplice recarsi a votare. Inoltre bisogna capire come è stata gestita la comunicazione, sappiamo quanto i partiti come Ennhadha e tutta l’opposizione radicale islamista abbia cercato di boicottare il referendum”. Referendum che ha visto una vittoria schiacciante dei sì alla proposta di cambiamento costituzionale, oltre il 90% dei voti secondo le prime stime. “È una vittoria che dice ancora una volta come il popolo tunisino rifiuti l’islam radicale legato al terrorismo della Fratellanza musulmana” ci ha detto ancora Sbai. 

I sì hanno vinto al referendum costituzionale, ma l’opposizione del Fronte di salvezza nazionale, formato da 5 partiti, tra cui l’islamico Ennhadha, critica la scarsa affluenza al voto e minaccia ricorsi contro la legittimità del referendum. È una vittoria mutilata?

Assolutamente no, bisogna conoscere la realtà di un paese come la Tunisia. L’affluenza alle urne è sempre stata molto bassa, purtroppo i Paesi arabi devono ancora essere educati alla partecipazione democratica, ma nessuno può contestare la legittimità del voto.

L’opposizione islamista accusa una svolta autoritaria con questo voto.

Non è vero. Anzi, è vero il contrario. Come ha detto giustamente il presidente Saied, chi avesse voluto dire di no al quesito proposto, sarebbe andato al seggio a votare no. Cosa che non è successa: qui siamo davanti a oltre il 90% dei sì. Questa è la democrazia. Il problema dell’astensionismo è qualcosa che attanaglia anche le democrazie europee, lo sappiamo.

Teme che adesso cominceranno manifestazioni, ricorsi, si cercherà di arrivare a uno scontro?

Qualunque fosse stata l’affluenza alle urne, i Fratelli musulmani avrebbero contestato il voto, perché avrebbero perso. Ma non si può più piegarsi al ricatto dell’estremismo islamico, che minaccia attentati se non vincono loro. Saied sta facendo qualcosa di molto coraggioso, ha impostato un percorso forte verso una maggiore democrazia.

Lei ha preso parte alla stesura del quesito referendario: non ci sono scuse per contestarne la validità?

Non voglio prendermi meriti esagerati, ho dato una mano, ma comunque posso assicurare la validità assoluta del quesito, non c’è una virgola fuori della legge.

Quindi è ottimista?

Il popolo tunisino ha capito da che parte è la democrazia, questo purtroppo dà fastidio alla stampa occidentale che contesta questo referendum. C’è paura in Europa, si preferisce darla vinta agli islamisti, ma è un errore gigantesco. Il popolo tunisino ha deciso di non darla vinta ai radicali, questo dovrebbe far capire qualcosa in Occidente. Io che ho rapporti con il mondo arabo che vive in Italia, so che i tunisini sono per il presidente Saied.

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TUNISIA/ “L’Italia appoggi Saied, è il solo che può fermare l’islamismo radicale”

Intervista a Souad Sbai

TUNISIA/ “L’Italia appoggi Saied, è il solo che può fermare l’islamismo radicale” – Il 25 luglio in Tunisia si tiene un referendum costituzionale che da molti viene visto come un tentativo di rovesciare la democrazia.

C’è grande attesa in Tunisia per lo svolgimento del referendum costituzionale previsto per il prossimo 25 luglio. Un anno dopo il colpo di mano istituzionale dell’attuale presidente Kais Saied che sciolse il parlamento esautorando l’allora primo ministro, il Paese appare diviso tra sostenitori e oppositori. Un fatto è sicuro: la Tunisia, il primo Paese nordafricano protagonista delle cosiddette primavere arabe, ancora non è riuscito a trovare una stabilizzazione democratica: “Come tutti i Paesi che hanno vissuto le primavere arabe” ci ha detto in questa intervista Souad Sbai, ex parlamentare Pdl, giornalista, presidente dell’associazione Acmid donna “anche la Tunisia ha dovuto fare i conti con l’estremismo islamico, la Fratellanza musulmana che era dietro a queste rivoluzioni che hanno ingannato le popolazioni locali e l’intero occidente”.

Questo referendum è visto dai media europei come un tentativo dittatoriale di Saled di assumere il pieno controllo del Paese. Non è d’accordo Sbai: “I Paesi arabi hanno bisogno di uomini forti che si schierino contro l’islamismo, la via per una democrazia reale è ancora lunga, nel frattempo è necessario fare tutto il possibile per bloccare l’islamismo radicale che rappresenta un problema drammatico non solo per quei Paesi, ma per tutto il mondo”.

Ci sono opinioni contrastanti riguardo il referendum del 25 luglio. Di fatto la nuova costituzione, se passerà il voto, concentrerà quasi tutti i poteri nelle mani di Saied che nominerà governo e ministri senza la fiducia del parlamento. È un rischio per la democrazia?

Assolutamente no, è un tentativo molto democratico di fermare ogni avanzata della Fratellanza musulmana che costituisce il vero problema non solo in Tunisia ma per il mondo intero. Se non passa la nuova costituzione, c’è il rischio che la Tunisia faccia la fine dell’Afghanistan. Non dobbiamo permetterlo noi e non lo devono permettere i tunisini. Loro lo hanno capito, da noi una certa sinistra che non ha mai studiato cosa è successo nelle primavere arabe contesta questo tentativo di riforme. Ancora non vogliono capire che dietro quelle primavere c’era l’estremismo radicale islamico più pericoloso, lo stesso che ha finanziato lo jihadismo.

È un dato di fatto che la Tunisia è colpita da una grave crisi economica da cui non si vedono vie d’uscita. La disoccupazione è al 16%, l’inflazione corre oltre il 7,5%, almeno quattro dei dodici milioni di tunisini sono in stato di povertà. Sarà in grado Saied di far fronte a questa situazione che rende instabile la Tunisia?

Quello è il vero problema, non la riforma della costituzione. L’Occidente è miope, non ha aiutato in questi anni la Tunisia e non lo farà. La crisi economica d’altro canto c’è in tutto il mondo, se le opposizioni politiche e popolari continuano a essere finanziate da Stati-canaglia come il Qatar e la Turchia che fomentano il malcontento e il terrorismo, è chiaro che la Tunisia rischia di collassare. E se questo succederà, anche Paesi come l’Italia saranno vittime dei ricatti di questi Paesi.

Ad esempio l’uso dei migranti come un’arma per destabilizzare l’Occidente?

Esattamente. Se non si aiutano questi Paesi a trovare uno sbocco alla povertà economica, saremo invasi.

Molti dicono che la Tunisia con questa riforma farà la fine dell’Egitto, un paese che ha fermato l’islamismo radicale ma è diventato un regime dittatoriale. Cosa ne dice?

Non è vero, chi dice così dimostra di non capire il mondo arabo. Questi Paesi non sono ancora pronti per una democrazia come la conosciamo noi. Va ricordato che in quei Paesi per combattere lo jihadismo terrorista c’è bisogno di uomini forti che decidano per tutti. L’islamismo ha ingenti forze economiche, è in grado di comprare la gente, mentre l’Occidente non sostiene chi fa una politica liberale. Dialoghiamo con la Fratellanza musulmana invece che con i moderati. Questi paesi hanno bisogno di uomini forti alla loro guida, il processo di democratizzazione è ancora in corso.

È un problema culturale?

Sono Paesi che sono sulla strada della democrazia. In Turchia e in Iran esiste una società moderata, aperta al dialogo, e c’è un dibattito in corso, tanto è vero che queste persone vengono messe in carcere. Serve del tempo, ma serve anche qualcosa di forte. L’Europa più è debole con l’islamismo e più questo avanza.

L’Europa si è comportata in modo contraddittorio, ad esempio abbandonando la Libia nel caos?

La Libia, ma anche l’Afghanistan è stato abbandonato, dopo che li abbiamo illusi per vent’anni di aver portato loro la democrazia.

Quindi ritiene che il 25 luglio i tunisini andranno a votare per questo referendum?

Me lo auguro. C’è bisogno di un uomo come Saied, non solo in Tunisia ma in tutto il mondo arabo. Va incoraggiato e sostenuto.

IlSussidiario

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Processo Bataclan, per gli jihadisti è una vittoria

Strage del Bataclan, giustizia è fatta? Dal punto di vista francese è una vittoria e l’onore della nazione è salvo. Ma dal punto di vista jihadista? Per un attentato che ha fatto 130 morti, hanno 7 martiri e un “eroe” in carcere a vita. Chi invece uscirà dalla galera non è pentito e potrebbe tornare alla violenza. E la Francia è sempre più islamizzata.

Strage del Bataclan, giustizia è fatta? Dipende dai punti di vista. A distanza di (ben) 7 anni, il processo di primo grado per gli attacchi terroristici che hanno travolto Parigi il 13 novembre 2015 sembra aver soddisfatto le attese sia dell’accusa in rappresentanza delle vittime, che delle istituzioni, della politica e dei media francesi: la corte ha infatti accolto tutti i capi d’imputazione per 19 dei 20 soggetti incriminati, condannati a vario titolo per reati legati al terrorismo jihadista, con il picco dell’ergastolo senza possibilità di riduzioni di pena comminato a Salah Abdeslam, l’unico degli attentatori ad essere sopravvissuto. “Una pena rarissima”, ha precisato France 24, sulla scia dell’enfasi generale con cui è stato salutato il verdetto.

“Giustizia è stata resa in nome del popolo francese”, ha affermato la presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun-Pivet. “Di fronte al terrore del 13 novembre, abbiamo opposto le armi della democrazia e dello Stato di diritto”. E da questa falsariga, commentatori e opinionisti vari non si sono discostati sui giornali e nel corso delle numerose trasmissioni televisive che si sono occupate del processo. L’orchestra della narrativa ufficiale, tuttavia, se da un lato punta a riscattare “l’onore della Nazione”, evocato da Braun-Pivet, dall’altro è una coperta troppo corta per nascondere quella che, nell’ottica jihadista, viene invece considerata una totale débâcle da parte del nemico.

Il punteggio parla chiaro: nell’assalto coordinato multiplo che quel maledetto venerdì, oltre al teatro del Bataclan, ha colpito lo Stade de France e le vie dei caffè e dei ristoranti di Saint Denis, gli “infedeli” rimasti uccisi sono stati 130 e oltre 400 i feriti, mentre i presunti “martiri” ammontano a 7, tutti felici di aver trovato la loro stessa morte nel compiere il massacro. Gli arrestati per aver collaborato alla messa in atto dell’operazione sconteranno, chi più chi meno, qualche anno di carcere, dove con ogni probabilità continueranno a coltivare cattivi sentimenti e intenzioni, e una volta usciti torneranno ai circoli radicali che frequentavano prima della detenzione.

A Salah Abdeslam questo privilegio non sarà concesso, ma che importa? Il fatto di aver ricevuto “una pena rarissima” non fa altro che aumentarne i tratti da eroe agli occhi di militanti e simpatizzanti, sempre bisognosi di nuove fonti d’ispirazione per alimentare la fede jihadista che li possiede. Per lui, piuttosto, resta il rimpianto di non essere riuscito a realizzare i propositi di martirio, ma con la convinzione di aver svolto il proprio dovere, secondo i dettami dell’ideologia estremista di cui l’ISIS è portatore. Tracce di pentimento tra gli imputati non ce ne sono state, solo tentativi di alleggerire opportunisticamente le responsabilità addebitategli. Salah Abdeslam, ad esempio, ha sostenuto di aver dismesso volontariamente la cintura esplosiva per impedire che detonasse, quando è stato solo il suo mancato funzionamento a impedirgli di raggiungere il “paradiso”.

Allora, chi ha vinto la battaglia? Non certo la Francia, anche alla luce della strage avvenuta non molto tempo prima, il 7 gennaio 2015, presso la sede di Charlie Hebdo, e della striscia di sangue che ha continuato a macchiare la vita del paese negli anni successivi, con i camion suicidi di Nizza e Strasburgo, accoltellamenti e decapitazioni, immancabilmente in stile ISIS. Con la brutale uccisione del professor Samuel Paty il 16 ottobre, legata all’annosa vicenda di Charlie Hebdo, l’onda lunga del terrorismo sembra essersi placata, ma il “jihad” prosegue attraverso altri canali. Precisamente, quelli dell’islamismo radicale in versione movimentista e sessantottina, che con l’appoggio di una certa sinistra “progressista” ha alzato veementemente le barricate in opposizione ai tentativi di Macron di neutralizzare, o quanto meno allontanare il più possibile nel tempo, lo spettro della “sottomissione” già identificata da Michel Houellebecq come l’ineluttabile destino della Francia.

Il “separatismo” è una già realtà pressoché incontrovertibile, fatta di quartieri o persino d’intere città dove a vigere non è più lo Stato di diritto, ma la “sharia” nella sua interpretazione più fondamentalista. Eppure, si è gridato alla persecuzione quando, sulla base della nuova legislazione promossa dal presidente francese nel corso del suo primo mandato, sono stati presi provvedimenti nei confronti di qualche moschea e di qualche imam semplicemente per arginare la predicazione estremista. Impedire l’uso “politico” del velo e financo del “burqini”, vale la patente d’“islamofobo” razzista, con relativa infamia pubblica, mentre naturalmente è l’opposizione di Marine Le Pen a minacciare la democrazia in Francia e nel resto d’Europa (perché “patriottica”?). E c’è da scommettere che sono in molti a classificare i terroristi “jihadisti” del Bataclan come casi di “mancata integrazione”, della quale la colpa ricade tutta sugli stessi francesi.

In un simile scenario, la valenza delle condanne emesse nei confronti di Salah Abdeslam e compagni ne esce fortemente ridimensionata, e con essa “l’onore della Nazione”.

Di Souad Sbai

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