Souad Sbai "C'è una regia di occupazione del territorio"

Souad Sbai “C’è una regia di occupazione del territorio”

Souad Sbai “C’è una regia di occupazione del territorio” – La leghista: “La sinistra non capisce che i veri xenofobi sono questi immigrati”

Souad Sbai, già deputata, oggi è responsabile del dipartimento integrazione e comunità straniere della Lega, e soprattutto ha una grande esperienza in materia di immigrazione. Ha fondato l’associazione Donne marocchine in Italia e ha fatto parte della Consulta per l’islam italiano. Che impressione le hanno fatto le molestie di Capodanno in piazza Duomo, a Milano?

«Sono angosciata. Quello che ho visto è inquietante, eppure è un deja vu, lo abbiamo già visto a Colonia e in piazza Tahrir, pensavamo forse di essere lontani e al riparo da queste cose, ma non è così. Io sono molto preoccupata».

Ma, soprattutto all’inizio, questi fatti sono stati sottovalutati.

«Non ne vogliono parlare. Molti hanno perso la bussola, qualcuno ha la coscienza sporca, ma gli immigrati non sono intoccabili per definizione, lo dico io che vengo dal mondo arabo, non sono certo svedese. Continuo a sentir dire che si deve capire i problemi sociali, la marginalità. Ma se una parte, cosiddetta democratica, finisce per giustificare tutto, si va nella direzione sbagliata. Prevale l’ambiguità, l’omertà. Quali problemi sociali? Mezzo mondo li ha, non per questo vanno a stuprare o molestare. È un atto gravissimo».

Un atto non casuale?

«Quando vedi 30-35 persone che vanno non a festeggiare, ma con un obiettivo specifico, è chiaro: 35 persone che agiscono così non si mettono d’accordo all’ultimo. E non è una novità. C’è qualcuno dietro, che gestisce questi branchi. Bisogna capire chi sta dietro l’angolo e ci lavora su quel disagio. Oramai le moschee c’entrano fino a un certo punto con certi fenomeni, ma il web è vasto. Questi rifiutano l’identità italiana. Hanno una nuova identità, o la cercano».

C’entra la religione, o meglio una versione perversa della religione?

«Una visione perversa della religione sì. Guardi, i ragazzi del Bataclan erano piccoli spacciatori, facevano piccoli furti, e sono finiti a fare i terroristi, in un episodio di guerriglia. L’estremismo che è minoranza, ma importante, gode di finanziamenti e sostegni e ha un progetto, tanto che anche il mondo arabo si è svegliato e lo sta contrastando adesso».

Vede questo come parte di un progetto di «conquista»?

«Di occupazione del territorio. Una ragazza che non porta il velo viene aggredita o insultata. Bisogna occuparsi di queste cose come di un movimento, qualcosa che ha a che fare con un pensiero e che si sta creando nelle seconde generazioni, magari anche con cittadinanza italiana».

Non è cosa facile da governare.

«No ma servono regole. Il problema è che non c’è un’identità italiana in queste frange. Non vanno a scuola, non fanno il servizio militare, col lockdown si sono ancor più isolati dal resto, ma continuano ad arrivare. Ma vogliamo o no capire chi sono, da dove vengono e cosa pensano? Se non lo faremo, andremo incontro a un fallimento enorme sull’integrazione».

Macron parla di separatismo.

«Quello che non ha capito la sinistra è che il vero xenofobo è quello che vive in un Paese, aiutato, con la scuola pubblica, la sanità e poi non lo riconosce. Io non dico che tutti debbano assimilarsi ma accettare i principi, la libertà religiosa e delle donne. Non puoi stare col piede in Italia e il cervello in Afghanistan, questo è inaccettabile, si finisce per arrivare ai quartieri sharitici, poi magari ai coltelli per strada, e poi vengono giustificati anche quelli: È un pazzo, si dice. La loro ideologia è chiara, altroché. E anche metterli in galera è un pericolo perché fanno proselitismo. La Francia se ne sta occupando ma anche loro hanno iniziato in ritardo».

L’Europa…

«Gli europei sono complici involontari con la loro incomprensione. Considerano la misoginia come aspetto culturale, o multiculturale. E le donne intanto vengono aggredite o obbligate a coprire i loro corpi. Anche qualche italiano lo fa? Può darsi, ma gli italiani sono 60milioni. E poi, se anche qui avessimo questi problemi, non per questo dovremmo aumentarli. C’è un progetto, a lungo termine ma c’è. Ed è un progetto di conquista. Dobbiamo solo vederlo. Non si scherza».

IlGiornale

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Chiusura della moschea di Beauvais per “apologia del jihad”. Parla Souad Sbai

Il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin ha deciso la chiusura temporanea della Grande Moschea di Beauvais, capoluogo della regione del dipartimento dell’Oise, in Alta Francia, perché l’imam avrebbe pronunciato sermoni che incitano all’odio contro cristiani, ebrei, omosessuali ed avrebbero invocato “apologia del jihad”.

Darmanin ha dichiarato che quanto è accaduto nella moschea di Beauvais, è “inaccettabile” e inviato una notifica il 10 dicembre scorso a chi gestisce il luogo di culto islamico. “Non tremo contro coloro che attaccano profondamente il nostro modello repubblicano e la Francia“, ha dichiarato il ministro.

Come scrive Arab News, la Prefettura dell’Oise ha confermato di prendere in considerazione la decisione di chiudere la moschea per sei mesi. L’imam, invece, per il momento è stato sospeso. L’associazione dal rassicurante nome di “Espoir e Fraternité” (“Speranza e Fraternità”), che gestisce l’edificio, ha dieci giorni di tempo per presentare appello.

La Francia ormai da tempo è impegnata nella lotta al separatismo islamico. Il ministero dell’Interno ha reso noto che delle 2.623 moschee e sale di preghiera sorte nel Paese, 99 erano “sospettate di separatismo” e “tutte sono state controllate negli ultimi mesi”. Ventuno sono attualmente chiuse.

Sulla questione, che riguarda anche le moschee in Italia, abbiamo interpellato l’On. Souad Sbai, ex deputata, esponente della Consulta per l’Islam Italiano e dal luglio scorso responsabile del Dipartimento Integrazione e Rapporti con le Comunità Straniere Presenti in Italia.

On, Sbai, cosa pensa della decisione del ministro dell’Interno francese di chiudere la moschea di Beauvais? 

“La chiusura della moschea in Francia sarebbe dovuta avvenire tanti anni fa, come abbiamo sempre detto per tante, tante moschee ‘fai – da – te’ in Italia. Luoghi che alimentano solo odio e terrorismo nei giovani. L’estremismo e la radicalizzazione purtroppo nascono da queste moschee che sono finanziate da anni da Paesi stranieri come Qatar e Turchia. L’unica cosa da fare è chiuderle. Non generalizzo: ci sono moschee come quella di Parigi, dove c’è un imam marocchino che è un ‘moderato’. Sono moschee dove non nascono estremisti e terroristi: bisogna seguire il loro esempio”.

Anche il nostro Paese è a rischio, quindi?

“Sì, anche da noi, dall’Italia, sono partiti terroristi che hanno compiuto attentati all’estero. Sarà veramente un problema enorme, se l’Italia non apre gli occhi e non comincia a chiudere invece alcune moschee che non sono controllate dallo Stato come dovrebbero essere, non verifica i loro finanziamenti e chi pronuncia i sermoni il venerdì. Devono essere imam che escono da una scuola teologica: non da una scuola ‘fai – da – te’ dei Fratelli Musulmani! L’Italia è una polveriera per tutte queste moschee!”.

Ci potrebbero essere in futuro problemi con terroristi che si vedono chiusa la moschea?

“Non bisogna stare ai ricatti di questi personaggi. Bisogna ricordarsi sempre che non hanno rispetto per la sacralità della vita e per i diritti umani. Hanno un progetto e vogliono portarlo avanti, che si chiuda o non si chiuda la moschea. Perciò a questo punto meglio chiuderla e il danno sicuramente sarà minore. Anche in Italia”.

E l’Europa sta facendo qualcosa?

“L’Europa sta aprendo un po’ gli occhi, però, non ha finanziato progetti antiradicalizzazione e pro deradicalizzazione. Anzi, ha pubblicizzato l’hijab, il velo cosiddetto ‘islamico’, e non ha affrontato questioni che riguardano la vera radicalizzazione e il terrorismo di matrice islamica. Io dico all’Italia: ‘Svegliamoci, perché le moschee ‘fai – da – te’ oggi rappresentano un terrorismo dormiente, che prima o poi ci scoppierà’.

Per non farlo scoppiare, ripeto, bisogna controllare le moschee a rischio, in modo che le seconde generazioni non finiscano nelle loro mani. Anzi, non solo le seconde generazioni, ma anche quella italiana: i vari convertiti, che purtroppo hanno solo questo riferimento.

Lo Stato italiano, il Governo italiano, invece, deve fare da sè. I riferimenti veri devono essere le scuole che abbiamo detto e moschee concordate anche con i Paesi che le finanziano come il Marocco e la Tunisia, che durante il Ramadan mandano degli imam molto ‘moderati’, che portano alla pacificazione. Invece quelli che nascono nel nostro Paese, in mano a gente che non conosce e devia (sottolineo devia!) totalmente il pensiero religioso ‘moderato’, importano sempre quello più radicale ed estremista come quello dei già citati Fratelli Musulmani. Questi hanno provato a demolire i tutti Paesi arabi con le cosiddette ‘Primavere arabe’, ma per fortuna sono state un fallimento totale. Basta vedere l’esempio della Tunisia e dell’Egitto.”

Ci sono pensatori dell’islam in Italia, in Europa contro questa radicalizzazione?

“Per fortuna sì, ce ne sono. E sono anche tanti, ma non hanno voce. Ci sono moschee che sono portatrici veramente di religione e di cultura religiosa in cui si riconoscono i veri musulmani ‘moderati’; ma questi pensatori vengono purtroppo trascurati. I loro messaggi, i loro articoli, non vengono evidenziati dai giornali italiani e nemmeno da quelli europei.

In Francia abbiamo tanti pensatori che veramente conducono battaglie contro l’islam radicale. Sono tantissimi e vengono dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Egitto e ci dicono: ‘Svegliatevi, fate qualcosa, perché non è accettabile avere delle ‘moschee fai-da-te’. Il Marocco non ammetterebbe mai una moschea o un imam senza controllo. Tutti gli imam passano per le scuole teologiche. Come mai in Italia non succede? Come mai si aspettano, com’è successo in Francia, attentati per poi decidere una chiusura?

Bisogna chiudere un certo tipo di moschee prima che nascano o appena nate. Non solo vanno controllati soprattutto i garage, i negozi che finanziano questi personaggi, ma vanno anche chiusi, perché in realtà sono anni che si fanno dei controlli. Ci vogliono delle moschee regolari per la preghiera, magari tenute d’occhio dal ministero dell’Interno. Con tanto di permessi, certificati e diploma per chi predica”.

La chiusura della moschea in Francia non sarà magari un mezzo di propaganda elettorale del ministero dell’Interno, vista la difficoltà con Zemmour (candidato all’Eliseo nel 2022 con il partito di estrema destra che ha fondato, Reconquete, “Riconquista”, ndr)?

“Io mi auguro di no. Mi auguro che dopo l’uccisione del professor Paty, ci sia in ogni caso una tensione maggiore. Non bisogna aspettare le campagne elettorali per reagire ed agire contro un male che è contro tutti, non solo contro la Francia. Certo, lo è più contro la Francia, perché ha sempre chiuso un occhio verso un multiculturalismo non regolare. Però bisogna reagire ovunque, come sta facendo d’altronde qualche Paese arabo. Se lo fanno loro che li conoscono, perché non farlo anche in Europa e in particolare in Italia?”. N’est pas? No?

Tratto da Almanews24

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Arrestato a Gorizia tunisino membro di una cellula dell’Isis

Gorizia – Ricercato su mandato cattura internazionale.

Un cittadino tunisino appartenente ad una cellula dell‘Isis è stato arrestato dalla Polizia nel corso di un’operazione delle Digos di Venezia e Gorizia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione.

Si tratta un 25enne, sul quale pendeva un mandato di cattura internazionale ai fini dell”estradizione, emesso dal Tribunale di Tunisi per “partecipazione ad associazione terroristica e atti di terrorismo”.

Ansa

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Se le donne abbassano le braccia cade il cielo

La donna africana, di solito, vive in condizioni di inferiorità rispetto all’uomo.

In molte culture/realtà africane esiste la convinzione che è l’uomo che sposa la donna. La donna è sposata e in questa affermazione è racchiuso il significato del matrimonio come acquisto.

In molti villaggi, le donne sono impegnate a procurare il necessario per la famiglia, mentre gli uomini oziano per intere giornate. In Africa, la donna contribuisce ai 2/3 dello sviluppo e della ricchezza agricola, è la protagonista indiscussa del commercio: acquista, vende, baratta, sia nei mercati rurali che urbani.

Nei Paesi più poveri dell’Africa, molto frequentemente, la donna è vittima di abusi sessuali e violenze.  In molti casi sono le bambine e le ragazze a dover affrontare i lunghi cammini per procurare l’acqua per l’intera famiglia. Da qui, si evince la disparità di genere che non può e non deve essere considerata come una condizione immutabile, né tantomeno naturale, così come precisato da Nelson Mandela a Trafalgar Square nel 2005, in occasione della manifestazione Make
Poverty History.

La disparità di genere è un prodotto delle azioni umane che può essere certamente superato, soprattutto attraverso un incisivo investimento nell’istruzione femminile.
L’11 luglio 2003, in occasione del secondo vertice dell’Unione Africana, gli Stati membri dell’organizzazione hanno adottato il Protocollo alla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, sui diritti delle donne in Africa (Protocollo di Maputo), per salvaguardare e promuovere i loro diritti.

Il protocollo, entrato in vigore nel Novembre 2005, contiene 32 articoli con i quali i paesi ratificanti si impegnano ad adeguare la propria legislazione interna includendo una serie di diritti fondamentali delle donne, tra cui il diritto alla dignità, alla vita, all’integrità ed alla sicurezza fisica.

L’articolo 2 impegna gli Stati ad eliminare ogni sorta di discriminazione nei confronti delle donne, modificando “gli schemi e modelli di comportamento socioculturali della donna e dell’uomo con l’istruzione del pubblico tramite le strategie d’informazione, d’istruzione e di comunicazione, in attesa di giungere all’eliminazione di tutte le pratiche culturali e tradizionali nocive e di qualsiasi altra pratica fondata sull’idea d’inferiorità o di superiorità dell’uno o dell’altro sesso.

Di notevole importanza è l’articolo 5 relativo all’eliminazione delle pratiche tradizionali nocive per la salute e la
dignità delle donne tra le quali si annovera qualsiasi tipo di mutilazione genitale femminile, per la prima volta formalmente considerata una violazione dei diritti umani delle donne. L’ennesima dichiarazione scritta. L’ennesima promessa non mantenuta. Ma per fortuna l’Africa al femminile sta reagendo.

Contestualmente a condizioni di vita in cui prevalgono offese, umiliazioni e soprusi di ogni genere, il mondo femminile, da diversi anni, ha iniziato ad assumere una sua specificità, riportando la donna africana a ruoli che la colonizzazione le aveva rubato. A dire il vero, anche in passato le donne avevano dimostrato il loro carattere e la loro tenacia, come nel caso della regina Anne Zingha d’Angola, che nel XVII secolo resistette per tre decenni ai conquistatori portoghesi, o
come la senegalese Ndete Yalla, che nell’Ottocento guidò la resistenza alle truppe del generale francese Faidherbe, il quale, percorse gran parte della sua carriera nelle colonie, in particolar modo nel pssedimento del Senegal. Ma anche la giovane Kimpa Vita, la “Giovanna d’Arco congolese”, che creò un movimento anticoloniale, battendosi contro tutte le forme di schiavitù.
All’età di ventidue anni finì sul rogo. E più recentemente la rivolta delle donne Aba in Nigeria e la ribellione delle donne Kom in Camerun. Femminismo e attivismo iniziano a incrociarsi, attraverso l’accesso alla produzione di conoscenza e nell’essere partecipi dei dibattiti che riguardano la politica e le nuove sfide della società contemporanea, come nel caso di Wangari Maathai prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace, per la sua sensibilità ambientale e per aver lottato
contro la deforestazione e a difesa della democrazia e della pace. È l’inizio del movimento femminile Green Belt, contro il degrado ambientale, ma anche contro la corruzione e il “tribalismo” del partito unico di Daniel arap Moi, presidente dal 1978 al 2002. O come nel caso di Hadja Idrissa Bah, la quale, nel 2017 ha guidato una rivolta di ragazze quasi tutte minorenni per richiedere una legge che ponesse fine ai matrimoni precoci. E ancora Amina Mama, una delle
principali protagoniste del femminismo africano, direttrice dell’African Gender Institute. Per lei è necessario agire, impegnandosi a lottare per la liberazione delle donne da ogni forma di oppressione, interna ed esterna, psicologica ed emotiva, socio-economica, politica e filosofica.

Patricia McFadden, sociologa e scrittrice femminista radicale, sottolinea l’aspetto essenziale del discorso intellettuale nella pratica di resistenza femminista, del genere come “strumento femminista di pensiero”. E’ il segnale della speranza che non può rimandare al futuro, è la speranza del presente non come utopia, ma come risposta alla delusione del moderno progresso.
Non c’è speranza senza presente e avvenire. La vita vive finché c’è ancora da vivere e la speranza rappresenta l’opposizione semi astratta alle ingiustizie e alle disuguaglianze, è la dimensione che si oppone all’assurdo. In Africa, come nel resto del mondo, chi dona la vita non può e non deve continuare a soffrirla. E’ compito di ciascuno di noi sostenere e difendere coloro che, elevando le braccia in alto non fanno cadere il cielo.

Di Francesco Barone- Ambasciatore di pace

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