LUCA ATTANASIO, L’AMBASCIATORE MISSIONARIO

LUCA ATTANASIO, L’AMBASCIATORE MISSIONARIO

di Souad Sbai

L’attentato terroristico che ha portato alla tragica morte dell’ambasciatore italiano in CongoLuca Attanasio, ci pone nuovamente di fronte alla realtà del mondo africano. Al di là dei safari e di quei recinti di bellezza, paesaggi e tramonti che fanno venire il mal d’Africa, imperversa la malvagità più brutale e inumana, verso la quale il cosiddetto “primo mondo” continua a chiudere gli occhi o a fare spallucce, lavandosi la coscienza ipocritamente con qualche opera di beneficienza o aderendo semplicemente alla narrativa ideologica di stampo immigrazionista.

Il copione sembra già scritto: tra qualche giorno ci si dimenticherà di Luca, di chi voleva probabilmente rapirlo per ottenere un riscatto e del contesto circostante. Le organizzazioni internazionali si riempiranno delle solite buone parole, con qualche iniziativa volta a distribuire “mollichelle” qua e là, che possono sì aiutare qualcuno (ben vengano quindi), ma non contribuiscono a risolvere in maniera sostanziale il problema del sottosviluppo economico, correlato a quello delle violazioni dei diritti umani. Sottosviluppo economico fa il paio con povertà e quindi con “fame” e “sete”, con un’atavica mancanza di cibo e acqua fin dalla più tenera infanzia, per procurarsi i quali l’uomo è capace di tutto, anche delle azioni più cruente e spregevoli.

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Siria, come Al Qaeda si ripulisce l’immagine

di Souad Sbai

Mohammad Al Jolani, il leader di Hayat Tahrir Al Sham, gruppo armato dominante nella provincia di Idlib, nemico di Assad, si presenta al mondo come interlocutore affidabile e democratico. Dietro la sua forza e la sua immagine c’è la Turchia di Erdogan. Ma all’origine del suo gruppo armato c’è un nome agghiacciante: Al Qaeda.

L’abito non fa il monaco, ma può trarre in inganno ed è ciò che spera Mohammad Al Jolani, il leader di Hayat Tahrir Al Sham, il più potente gruppo jihadista rimasto in Siria, padrona della città di Idlib e dintorni. Nell’ultimo bastione dell’opposizione anti-Assad, Al Jolani regna come fosse un emiro, tenendo a bada il nugolo di gruppi jihadisti minori che animano la provincia grazie alla superiorità in termini di forza militare (armi) e di numero di miliziani, di cui continua a godere quella che fu Jabat Al Nusra, designata organizzazione terroristica da ONU e Stati Uniti per il legame filiale con Al Qaeda. A supervisionare la creazione di Jabal Al Nusra fu infatti lo “Stato Islamico in Iraq” prima che tagliasse il cordone ombelicale qaedista, estendendo il proprio raggio d’azione in territorio siriano e diventando quel che ancora oggi è l’ISIS.

Giova ricordare le origini di Hayat Tahrir Al Sham, per comprendere appieno la portata e gli obiettivi  del suo “rebranding”, come è stato definito, avviato già con il cambio di denominazione e l’annuncio della fine di ogni rapporto con Al Qaeda. Ciò ad oggi non è valso la rimozione dalla lista delle organizzazioni terroristiche di ONU e Stati Uniti, eredità ricevuta da Jabat Al Nusra, ma non è certo il caso di demordere. Anzi, le circostanze attuali devono sembrare così favorevoli da aver indotto Al Jolani a un rilancio in grande stile dell’operazione d’immagine. Eccolo dunque al fianco del giornalista statunitense, Michael Smith, prestatosi ˗ spinto da chissà quali motivazioni ˗ nel ruolo di spalla e trampolino di lancio mediatico della versione “occidentalizzata” del leader di Hayat Tahrir Al Sham durante un incontro svoltosi a Idlib.

La notizia è stata dato dallo stesso Smith su Twitter. “Sono appena tornato da tre giorni a Idlib”, ha dichiarato, come se avesse passato un piacevole weekend in una nota località turistica. Per l’occasione, Al Jolani

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Allo sceicco del Qatar non piacciono le donne arbitro

di Souad Sbai

Alla cerimonia di premiazione del Mondiale di calcio per club, le due donne arbitro presenti sono state costrette – su suggerimento del presidente della FIFA Infantino – a non fermarsi a salutare lo “sceicco” Joaan bin Hamad Al Thani, per evitare imbarazzi a chi non riconosce la pari dignità delle donne. Una terribile figura da parte di chi riempie la bocca – e le tasche – di slogan contro il razzismo.

Altro che lotta alle discriminazioni: quanto è andato in scena nel solito Qatar durante la cerimonia di premiazione del Mondiale per Club, è davvero un cattivo spot per la FIFA e il suo presidente, Gianni Infantino.

L’ordine sussurrato all’orecchie delle malcapitate donne arbitro di non fermarsi a salutare lo “sceicco” Joaan bin Hamad Al Thani, presidente del Comitato olimpico del Qatar e cugino dell’emiro Tamim, svela tutta l’ipocrisia della macchina (da soldi) del calcio, o almeno di chi la gestisce.L’immagine arcobaleno degli “eroi” con gli scarpini uniti all’insegna del “no al razzismo”, serve a nascondere interessi ben più profani. Nulla di cui stupirsi, è così che va il mondo, si potrebbe dire, e ciò vale anche per quello del “pallone”.
Altrimenti, in considerazione degli scandali che hanno macchiato con largo anticipo la prossima Coppa del Mondo − prevista, guardo caso, sempre in Qatar nel 2022 −, la FIFA avrebbe revocato senza indugi l’assegnazione a Doha della massima competizione calcistica per individuare un altro paese ospitante, meno incline alla corruzione e allo sfruttamento schiavistico della manodopera straniera.

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Medio Oriente: truppe Usa sotto tiro nel Kurdistan iracheno

BIDEN CON LE SPALLE AL MURO: SUPERATA LA LINEA ROSSA DA PARTE DELL’IRAN

di Davide Racca

Truppe Usa sotto tiro nel Kurdistan iracheno. Un contractor  ucciso e altri 8 militari americani sono rimasti feriti in un attacco condotto con il lancio di razzi da parte delle milizie sciite, fedeli a Teheran, contro l’aeroporto di Erbil controllato dagli americani nella tarda serata di ieri.

Lo scalo aeroportuale è rimasto in preda alle fiamme sino a notte inoltrata. Colpito anche l’accampamento statunitense dove sono rimasti gravemente feriti due militari Usa che versano in condizioni critiche, altri 6 con lesioni meno gravi come numerosi altri civili addetti alla base.

Tutti i feriti sono stati elitrasportati all’ospedale militare di Ain Al-Assad. Alcune fonti riferiscono di altre vittime tra i militari americani, ma la notizia non ha trovato sinora conferme ufficiali.

Uno dei razzi ha colpito l’area di stoccaggio del carburante dell’aeroporto mentre altri, fuori traiettoria, hanno centrato varie località della città di Erbil, tra le quali il consolato cinese, un concessionario di auto ed alcune abitazioni civili.

L’attacco a Erbil è stato rivendicato dai “guardiani del sangue” una sigla nuova nel panorama regionale, sostenuta dai “Guardiani della rivoluzione” iraniani, che hanno evocato la vendetta promessa dopo la morte di Qassem Soleimani a Baghdad.

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